La storia

Nella Firenze del trecento il nome di Ciompi era dato ai più umili lavoratori facenti parte del popolo minuto, chiamati ad esercitare vari mestieri a giornata nella complessa preparazione della tessitura della lana che richiedeva una grande divisione di lavoro. Si trattava di artigiani i quali, pur lavorando per l’Arte Maggiore della Lana, erano però privi di qualunque organizzazione che difendesse i loro interessi. Infatti questi artigiani erano soggeti a respirare polvere su polvere per cui lamentavano inevitabilmente malattie dell’apparato respiratorio.

Nel luglio 1378, dopo ripetuti e vani tentativi tendenti ad ottenere il riconoscimento di una propria arte operaia che cautelasse la stabilità del loro lavoro e del relativo salario, con una sollevazione popolare si impadronirono del Palazzo della Signoria insediandovi un proprio esponente Michele Di Lando. Nominato Gonfaloniere di Giustizia, egli per prima cosa decise la creazione di tre nuove Arti aggiunte: quella dei Tintori, dei Falsettai e dei Ciompi che comprendeva finalmente tutti gli operai sino allora non qualificati. A queste novelle Corporazioni di mestiere venne dato un posto preminente nella vita politica, ma a seguito di disordinate ed assurde richieste, il rinnovato dovuto potere durò soltanto quattro anni, perché i proprietari, perlopiù analfabeti, non riuscirono a far fronte alle esigenze di una città come Firenze ed al popolo grasso il quale non aveva mai accettato il sovvertimento del potere.

Nel 1382 caduti i Ciompi e con Michele di Lando esule a Lucca, la borghesia mercantile tornò a governare, badando bene però di iscrivere in gran numero questi operai nella matricole dell’arte della Lana con un equo trattamento economico. L’atto insurrezionale del popolo minuto fiorentino, passato alla storia come il "Tumulto dei Ciompi", è tutt’ora ricordato nel popolare rione di Sant’ Ambrogio, dall’omonima piazza cittadina dedicata a quei modesti ma abili artigiani che, una volta esclusi ingiustamente dall’organizzazione delle Arti, seppero far valere la loro dignità di uomini e i loro diritti di lavoratori, sia pure con un atto di forza ancor oggi oggetto di studio.

Luciano Artusi